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Archive for Rassegna fotografica

L’occhio del secolo

henri-cartier-bresson

 “È un’illusione che le foto si facciano con la macchina…. si fanno con gli occhi, con il cuore, con la testa”.

Un uomo che ascoltando i propri sogni, liberando le proprie potenzialità immaginative ribellandosi alle convenzioni culturali e sociali e adottando la libertà di pensiero e di costumi, ha trovato la chiave d’accesso a quello che c’è oltre il visibile facendo conciliare la veglia con il sogno onirico per il raggiungimento della conoscenza che va al di là della realtà. E’ la semplice quanto surrealista storia di Henry Cartier-Bresson.

Abbandonato il liceo per dedicarsi alla pittura, a ventidue anni partì nel 1930 per la Costa d’Avorio (anche se dopo un anno fu costretto a tornare in Francia a causa di una febbre tropicale) e iniziò a fotografare con la sua Leica 35 millimetri, approfittando dello sguardo allenato dalla pittura e contemporaneamente attratto dalla realtà in cui s’imbatteva giorno dopo giorno.

Le sue esperienze più significative come fotoreporter, lo videro impegnato sul fronte spagnolo durante la Guerra Civile, in India quando morì Gandhi, in Cina al trionfo di Mao, nella Russia appena presieduta da Nikita Krusecv (successore di Stalin che permise il lancio del primo satellite artificiale: lo Sputnik, nel 1957 e l’invio del primo astronauta in orbita: Yuri Gagarin, 1961). Dopo la fondazione della Magnum Photos insieme con i suoi colleghi ed amici Capa, Seymour e Rodger, scelse di dedicarsi alla rappresentazione dell’affascinante e mistico mondo orientale, facendo vari viaggi che lo portarono a toccare l’India, la Cina, la Birmania, l’Indonesia, il Giappone, per poi volgere il suo interesse anche all’Europa, agli USA nonché al Messico, sostenendo che: “le prime 10.000 fotografie sono le peggiori”.

Con le sue foto è idealmente possibile comporre l’album del Novecento.

Cartier-Bresson fu un completo e totale amatore dell’arte ed in particolar modo del cinema, che lo attirava ed entusiasmava come nessun’altra cosa al mondo, oltre a considerarlo un ottimo strumento d’impegno sociale.

Dal fotografo americano Paul Strand, col quale studiò cinematografia, imparò l’arte del cogliere l’essenza della realtà, l’importanza del dettaglio che conferisce il senso del reale, dell’obiettivo, della vita in ogni sua possibile sfumatura. Comprese il valore del soddisfacimento dell’esigenza di purezza e semplicità. Da Jean Renoir, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico francese, secondo figlio del pittore impressionista Pierre-Auguste Renoir, invece, apprese la piena volontà di perseguire i propri obiettivi basandosi su idee completamente personalizzate, spaziando in un perimetro indefinito che traccia il punto di fusione tra realtà e fantasia, applicando un’unica ed irremovibile legge: la libertà stilistica. Così la sorpresa dell’immortalare una fedele realtà, interpretandola con la massima fantasia, dà vita alla teoria “dell’istante decisivo”.

L’artista francese è sempre riuscito a percepire l’energia di un luogo, l’atipicità di un momento, l’eloquenza di una postura, ma soprattutto ha avuto nel suo Dna la capacità di presagire, un po’ come gli animali con il proprio istinto percettivo, quando era il momento di aspettare la grande scossa visiva e come archiviarla per sempre nella memoria della sua inseparabile Leica.

“Le fotografie possono raggiungere l’eternità attraverso il momento” e Cartier-Bresson con le suo contributo all’umanità, di sicuro è riuscito nell’impresa dell’immortalità.

Oliviero shockvertising

oliviero toscani

L’unica fotografia che mi sento di escludere è la foto di me stesso morto

La novità e la diversità, senz’ombra di dubbio attirano, in particolar modo le persone curiose. Però c’è un confine sottile che non dovrebbe essere superato. Quando questo succede, significa eccellere come artista incompreso -o compreso e denigrato!?- oppure andare oltre il confine della decenza?

L’essere umano riesce a porre delle domande interessanti, purtroppo le risposte, non sono sempre all’altezza. Forse si tratta di un limite legato all’essenza dell’essere-umani? Probabile. D’altronde, è meglio lasciare che gli dei stiano in cielo e piuttosto ricordare che siamo vittime della forza di gravità… tutti, inevitabilmente, inequivocabilmente.

Figlio d’arte (il padre fu il primo fotoreporter del Corriere della Sera), nasce a Milano nel ’42: Oliviero Toscani è uno dei fotografi viventi più conosciuto, affermato, amato ed odiato. Con le sue foto, o meglio, con le sue campagne fotografiche pubblicitarie, riesce a far ridere, piangere, incazzare, riflettere… anche se il termine che lo identifica per davvero è: discusso. Insomma, la cosa certa è che, anche solo sbirciando superficialmente una sua foto, non si avverte mai il grigio alone dell’indifferenza.

Ha studiato fotografia all’Università delle Belle Arti di Zurigo anche se la consacrazione come artista creativo, arriva a partire dall’82 definendo l’immagine, l’identità, la strategia di comunicazione e la presenza online di United Colors of Benetton, del gruppo Benetton, trasformandolo in uno dei marchi più famosi al mondo. Rapporto che si è concluso nel 2000, dopo lo scandalo dei condannati a morte sulla sedia elettrica, ritratti con l’inganno per una campagna pubblicitaria, per cui la Benetton ebbe una battuta d’arresto e fu costretta a chiudere 400 punti vendita oltre ad elargire a favore del fondo per le vittime del crimine, una donazione di 50.000 dollari.

Conosciuto a livello internazionale come creatore di immagini corporate e campagne pubblicitarie per Chanel, Robe di Kappa, Fiorucci, Prenatal, Inter, Snai, Toyota, Ministero del Lavoro, Artemide, Woolworth… e come fotografo di moda, ha collaborato e collabora per giornali quali Elle, Vogue, GQ e molti altri nelle edizioni di tutto il mondo. Vive in Toscana, dove produce vino, olio d’oliva e alleva cavalli.

Ma Toscani non è solo questo, è molto altro ancora: un mago capace di tirar fuori dal cilindro conigli a quattro, cinque e mille zampe ancora. Da Colors (il primo giornale globale al mondo), alla concezione e direzione di Fabrica, centro di ricerca di creatività nella comunicazione moderna, alla stesura di blog, ideazione e realizzazione di una personalissima linea di occhiali. Innumerevoli i progetti come: Mortalità zero della Fondazione Umberto Veronesi, con l’obiettivo di rendere nulle le morti causate dalla mancanza di un’adeguata prevenzione del tumore al seno; Nuovo Paesaggio Italiano, contro il degrado dell’Italia in collaborazione con il Professor Salvatore Settis e il FAI, Razza Umana, progetto di fotografia e video sulle diverse morfologie e condizioni umane, per rappresentare tutte le espressioni, le caratteristiche fisiche, somatiche, sociali e culturali dell’umanità, toccando più di 100 comuni italiani, lo Stato di Israele, la Palestina, il Guatemala. Direttore creativo di Talk Miramax a New York e fondatore di La Sterpaia, laboratorio di ricerca di comunicazione moderna.

Nel 2013 si è dichiarato d’accordo con il presidente della Camera, Laura Boldrini, che ha chiesto lo stop all’uso del corpo femminile nella pubblicità, “anche se il problema della violenza sulle donne non dipende solo dalla mercificazione del corpo femminile negli spot pubblicitari, ma da tutta la comunicazione e della televisione in genere” e Toscani ha aggiunto che: “Le donne devono essere più sobrie, dare importanza all’essere più che al sembrare, solo così si possono evitare altri casi di femminicidio. Le donne non si devono truccare, mettere il rossetto, devono volersi bene per quello che sono”, scatenando la reazione delle donne che in rete, hanno proposto una campagna per non acquistare più i prodotti da lui pubblicizzati. Ma il risultato, è stato quello dell’ennesima ondata pubblicitaria dalla quale si è fatto dolcemente travolgere l’astuto fotografo.

Comunicare, scioccare, conquistare: dinieghi e consensi. Purchè se ne parli?! Si.

I wanna be myself

anne-geddes

Credo che la tecnica sia funzionale all’ispirazione e all’emozione”, riassunto di una prevedibile quanto efficace strategia di marketing.

Quando si dice “trasformare un’idea in un prodotto commerciale universalmente riconosciuto”… è una donna che sbaraglia la concorrenza: direttamente dall’Australia dei canguri e dei koala, arriva Anne Geddes che ha preso il più grande e perfetto capolavoro della natura e lo ha reso il suo personale capolavoro artistico, celandolo dietro il concetto di arte fotografica, con il messaggio di proteggere, allevare e amare i neonati. La stessa Geddes, infatti, attribuisce il proprio successo a madre natura: i volti dei neonati sono degli elementi catalizzatori che parlano un linguaggio universale, semplice,  positivo e diretto. Il lavoro del fotografo, è quello di riuscire a catturare l’effetto particolare di un tratto estetico d’impatto, innato nei piccoli soggetti che si stanno fotografando.

Il concetto di arte è variabile. E di sicuro in questa casistica rientra l’arte di saper vendere, di sapersi vendere.

La Geddes, infatti, decise di trasformare la sua passione per la fotografia in lavoro, dopo aver compreso l’incommensurabile importanza e potenza del mezzo visivo nella comunicazione, quando a 25 anni, si ritrovò a lavorare come segretaria presso una stazione televisiva locale in Nuova Zelanda. Scenario che le fece conoscere anche il marito Kel Geddes (oggi insieme gestiscono la Geddes Group Holdings Ltd. In particolare Kel, forte di oltre trent’anni di esperienza nell’ambito televisivo, si è rivelato decisivo per la carriere della moglie, grazie alle sue capacità manageriali. E’ il caso di sottolineare come dietro ad una gran donna c’è sempre un grande uomo…!).

Intuendo la potenzialità di quello che sarebbe potuto accadere, ed abbandonando solo apparentemente il mondo della comunicazione e del marketing, avendo fatto delle piccole esperienze come assistente di un fotografo in studio, improvvisò nel garage dietro casa sua, ad Auckland, uno studio fotografico, dove, per fare esperienza, accettò disparati lavori su commissione (anche matrimoni). Ma ben presto prese il sopravvento l’idea, l’ispirazione… i bambini… catturare le loro individualità… alla quale si dedicò iniziando con qualche ora a settimana, fino ad immedesimarsi nell’essere committente di se stessa. Anne Geddes è ora un vero e proprio marchio che firma dagli album fotografici ai vestitini per neonati, dai mobili per bambini ai quaderni e accessori.

Nel ‘96 pubblica la sua prima raccolta fotografica Down in the garden, caratterizzata da testo e grafica superbi, per un totale di 1,5 milioni di copie vendute. Segue, nel ’98, Little thoughts with love, accompagnata da citazioni di personaggi famosi, quali Eleanor Roosvelt, Hans Christian Andersen, Madre Teresa di Calcutta, con oltre 787.000 copie. Nel 2002, dopo un lavoro di cinque anni, esce Pure, contenente  123 foto in bianco e nero e a colori, con 275.000 copie. Nel 2004, dopo un anno di collaborazione con Celin Dion, pubblica contemporaneamente in 22 paesi, la collezione Miracle, un’opera multimediale che comprende, tra le altre, 19 immagini della cantante insieme a un DVD e ad un CD audio prodotto dalla casa discografica Sony. Il 2005, è il tempo di Cherished Thoughts With Love…, in cui le foto dei bimbi sono accompagnate da una serie di citazioni e osservazioni tratte da vari autori e da varie epoche della storia (la più antica risale al 125 d.C.). Beginnings, 2010, è l’ultima raccolta pubblicata, con più di 140 foto inedite. I suoi libri fotografici sono pubblicati in 77 paesi e tradotti in 20 lingue. Il suo sito web, attira oltre 3,5 milioni di visitatori appartenenti a più di 200 paesi.

Una fabbrica di scatti, un’industria mondiale delle vendite, una catena di montaggio di soldi: c’è sicuramente da imparare.

 

Classe 1956, la sua fotografia è cambiata nel corso degli anni: inizialmente, predominava il tema del bambino in sè, come creatura pura e candida. Immagini pulite, molti bianchi e neri, bimbi molto piccoli e spesso era raccontato anche il legame con i genitori attraverso una mano tesa o la figura stessa della madre.
In una seconda fase, l’attenzione era incentrata sulla scena, sui costumi, sulle ambientazioni… facendo nascere bambini-zucca, bimbi-ape o fatine in un mondo incantato. E’ in questo periodo in cui  sono nate numerose collaborazioni con moltissimi artigiani locali che per i set fotografici fornivano vestitini, costumi, verdura e frutta, strutture scenografiche. L’ultima fase, è quella in cui il protagonista torna a essere il bambino nella sua più totale unicità e pulizia, lui il centro, il soggetto, il fulcro dell’attenzione e della comunicazione.

Ovviamente, nel sottolineare l’importanza di come il bambino sia qualcosa di prezioso, delicato, puro, sensibile e unico, non poteva mancare la fondazione di una ONG, la Geddes Philanthropic Trust, che si propone di operare azioni di prevenzione e lotta alla violenza sui minori in Nuova Zelanda, Australia, Stati Uniti e Regno Unito.

“La cosa più difficile in fotografia è rimanere semplici” e di certo, per la Geddes, la caratteristica contraddistintiva è la semplicità: di pensieri e opere.

Però, al di là di qualunque supposizione, la Geddes, è un ricco e riuscitissimo esempio di self-marketing dal volume planetario: progettarsi, migliorarsi, proporsi e promuoversi, esaltare le qualità personali, in modo da sfruttare al meglio il prodotto-persona… il prodotto-bambini.

Il viversi come prodotto, s’ispira ad alcuni principi fondamentali del marketing: il mercato, il prodotto, la confezione, il prezzo e la promozione, con lo scopo di trovare lavoro, fare carriera, migliorare la propria occupazione, le proprie relazioni personali e professionali, costruire e gestire la propria immagine e la reputazione individuale (self-branding), aumentando il tempo libero e migliorando la qualità dello stesso.

La conoscenza è potere. Imparare, gente, imparare.

 

 

In diretta dalla guerra

Robert_Capajpg

“In una guerra si deve odiare qualcuno oppure amare qualcuno; è necessario avere una posizione oppure non si può capire ciò che succede… per questo non è facile stare in disparte e non essere in grado di fare nulla, se non registrare le sofferenze che stanno intorno.”

Tutto ha un principio. E la radice, il punto di partenza dell’uomo che è riuscito a creare la sua propria leggenda, è stata senz’ombra di dubbio: la determinazione, intesa come chiave di volta della vita.

Proprio per questo motivo, nell’olimpo degli dei della fotografia, un nome impera sovrano su tutti: Endre Ernő Friedmann, universalmente riconosciuto come Robert Capa. Lo pseudonimo che dal ‘35 lo accompagnò per il resto della sua vita, rendendolo immortale. Cambiò per far credere che fosse un fotografo americano e acquisire, così, maggiore credibilità presso i giornali (ispirazione generata dall’illustre regista Hollywoodiano Frank Capra) e di conseguenza far aumentare il valore delle proprie foto.

Un piccolo ungherese che si è trasformato in un indomabile e temerario cittadino del mondo. Nasce a Budapest da una famiglia della borghesia ebraica. Dopo l’ascesa al potere di Hitler, si trasferisce prima a Parigi dove inizia la sua attività di foto-giornalista freelance e poi a Berlino lavorando per l’agenzia Dephot.

Un fotografo dalle immagini scomode… dai frammenti che compongono il suo poliedrico sguardo. Ha documentato con i suoi scatti gli eventi più importanti del XX secolo: la guerra civile spagnola (1936-1939), la seconda guerra sino-giapponese (1938), la seconda guerra mondiale e la liberazione di Parigi (1941-1945), lo sbarco in Normandia dell’esercito alleato (1944), la guerra arabo-israeliana (1948) e la prima guerra d’Indocina (1954) durante la quale, il 25 maggio, partecipando ad una missione di un convoglio francese impegnato ad evacuare due fortini nella zone del Fiume Rosso a guerra finita, morì incappando accidentalmente su una mina anti-uomo durante una sosta, nel tentativo di realizzare il suo ultimo reportage per la rivista Life, a soli quarant’anni.

Quarant’anni vissuti a servizio della storia e della cultura con la sua insostituibile compagna: Leica, la piccola e maneggevole macchina fotografica (consigliatagli dal fotografo ungherese Andrè Kertesz) che gli permetteva di arrivare il più vicino possibile ai soggetti, realizzando così scatti molto più spontanei e realistici. “Se le vostre foto non sono sufficientemente buone, vuol dire che non siete andati abbastanza vicino”, frase intesa come comprensione del soggetto fotografato e non della dimensione spaziale. E Capa non solo è andato vicino, ma è davvero riuscito a penetrare i soggetti da lui fotografati, intingendoli in un’aura di pura e vera emozione del reale. Un uomo che ha lasciato un segno indelebile del suo passaggio sul pianeta terra, non solo per l’eredità degli oltre 70.000 scatti realizzati in solo 22 anni di carriera ma, anche e soprattutto, per la testimonianza che rappresenta il viaggio unico ed irripetibile che è stato la sua vita. Entrando al centro degli avvenimenti, ha regalato scatti che hanno descritto l’eccezionalità di un momento, che hanno avuto il potere di raccontalo… e questa era la sua immensa grandezza.

La sua storica compagna e manager, nonché profuga tedesca conosciuta a Parigi, fu Gerda Taro, una fuoriuscita ebrea tedesca con la quale dapprima iniziò una collaborazione artistica. Anche Taro fu uno pseudonimo ispirato al nome dell’artista giapponese Taro Okamoto che viveva a qual tempo a Parigi. Con l’amore della sua vita, Capa si trasferì in Spagna dove scattò delle foto memorabili. Nel 1937 durante la guerra civile spagnola, Gerda morì mentre fotografava la ritirata nella battaglia di Brunete. Il suo ricordo non lo abbandonò mai.

Capa ha sempre vissuto in continuo movimento sia geograficamente, per sfuggire alle persecuzioni naziste, che dal punto di vista intellettivo-culturale, proclamato a venticinque anni dalla rivista britannica Picture Post come il più grande fotografo di guerra esistente sulla terra. Era un accanito e credente antifascista, convinto che attraverso le sue foto, scattate dalle prime linee della battaglie come nessuno aveva mai fatto prima, potesse realizzare il sogno di riuscire a sconfiggere il regime: era riuscito a conoscere tanto bene ed intimamente la guerra, da poter affermare di odiarla e nonostante il suo ruolo di fotoreporter di guerra, ha sempre evitato di fotografare scene di morte o mutilazione cercando, piuttosto, di rappresentare anche solo attraverso lo sguardo di un bambino, l’orrore in cui si trovavano a vivere intere popolazioni. La sua foto più famosa… chiacchierata, discussa, amata ed odiata, è “Morte di un miliziano”(repubblicano), emblema della guerra civile spagnola 1936-1937 con la quale riuscì a catturare l’istante della morte Federico Borrell Garcia, ad oggi dal valore stimato tra i 60.000 e gli 80.000 euro.

Durante gli anni di fotogiornalista disoccupato (inteso come desiderio di cessazione delle guerre e non di rinuncia al suo mestiere) trascorsi a Parigi, conobbe diversi personaggi si spicco tra cui lo scrittore Hemingway, l’attore Gene Kelly, il regista John Huston ma, il suo progetto più grande, fu la realizzazione della creazione dell’agenzia Magnum Photos (1947) insieme ad Henri Cartier-Bresson, David Seymour (detto Chim), George Rodger e William Vandivert.

Il suo amore era destinato oltre che alla fotografia, anche alle donne… e dal fondersi di queste due sostanze, è nata una miscela che può essere sintetizzata in una delle sue citazioni storiche:

“La guerra è come un’attrice che sta invecchiando: sempre più pericolosa e sempre meno fotogenica”

Negativo postivista

foto elliott erwitt

La fotografia è il momento, la sintesi di una situazione, l’istante in cui tutto si amalgama. Un ideale inafferrabile. Quando è ben fatta, la fotografia è interessante. Quando è fatta molto bene, diventa irrazionale e persino magica. Per questo non è la mera fotografia che mi interessa. Quel che voglio è catturare quel minuto, parte della realtà

Ritratti di personaggi memorabili, istantanee rubate alla quotidianità, phototoons basate su sorprendenti paradossi, bambini dal futuro amaro, mani dal linguaggio universale, pubblicità sconfinate (memorabile quella dello scotch J&B), moda a confronto, corporate.

Nato in Francia ma vissuto in Italia fino all’età di dieci anni per poi, a causa del fascismo, stabilirsi negli Stati Uniti d’America prima a New York e successivamente a Los Angeles, anche se poi ha fissato la sua residenza nella grande mela pur confinando il concetto stesso di domicilio in: “luogo dove ti trovi in un dato momento, dal momento che non stai andando in nessun altro luogo”, Elliott Erwitt (all’anagrafe Elio Romano Erwitz) nato da genitori ebrei di origine russa, è l’indiscutibile icona vivente degli ultimi 85 anni di storia moderna. Testimone di un tempo travagliato dalla ricostruzione della fine della seconda guerra mondiale, all’inizio della Guerra Fredda, al marketing della moda, della pubblicità e dei colossi industriali.

Durante il periodo di studi alla Hollywood High School, ha lavorato presso un laboratorio di fotografia con la mansione di addetto alla camera oscura. La sua carriera di fotografo professionista, però, è iniziata nel ‘49 quando, durante un viaggio tra l’Italia e la Francia, ha realizzato scatti degni di nota. Nel ‘51 è stato poi chiamato dall’esercito americano ed anche in questo periodo, non ha mai smesso di fotografare fino a quando è arrivata la grande opportunità per la sua carriera di professionista: l’incontro con Roy Stryker e Robert Capa. Così al termine del servizio militare prestato in Europa come assistente fotografo dell’US Army Signal Corps, è entrato a far parte dell’agenzia Magnum Photos, 1953, proprio su richiesta di Robert Capa poiché, allora come oggi, per entrare a far parte dell’agenzia, si dev’essere necessariamente presentati da un membro, oppure scelti dopo essere stati esaminati da una commissione appositamente riunita. Diciassette anni dopo, nel ’68, è diventato presidente della stessa Magnum, carica che ha ricoperto per ben tre volte. Ancora oggi ne è un membro attivo e una delle figure leader.

Sempre in giro con in tasca la sua celebre, piccola e maneggevole: Leica M3.

La sua positività ed ironia, gli permisero di guardare alla realtà con occhi diversi, gli stessi che non si sono mai chiusi di fronte ad abominevoli atrocità e che hanno sempre invitato alla riflessione, al carpire nella desolazione e nello sconforto di una realtà sconvolgente, elementi di meditazione che magicamente sono riusciti a ritagliare un sorriso ai volti degli stessi protagonisti della sofferenza.

Inizialmente: bambini, soldati, personaggi politici (e non solo), sono stati immortalati di continuo dal fotografo. Si sono aggiunti col tempo, soprattutto cani e ed istantanee scattate nei musei.

Siamo di fronte ad un uomo che abbaia ai cani per comprendere cosa possa accadere, che si sofferma a catturare scene non ricercate ma d’incredibile spirito; un uomo profondamente buono e tenero.
Proprio per questo motivo, nelle sue produzioni non sono mai visibili scene crudeli o violente, ma solo ritratti, istantanee, phototoons che assumono il proprio fascino nell’espressione del piacere del paradosso. L’amara consapevolezza degli eventi che passa attraverso immagini non violente, è uno dei risultati più fantastici che un essere umano possa raggiungere. Perché non è detto che per far arrivare un messaggio si debbano utilizzare propagande od immagini scioccanti. Per creare un simbolo, espressione anche di una lotta, di una corrente di pensiero, di una realtà ingiusta che si vuole tentare di cambiare, è soprattutto necessaria una forte sensibilità ed il credere davvero in quell’ideale. Solo così si può raggiungere un sorprendente quanto spettacolare risultato come quello dell’immagine dei due lavandini “white and coloured”, divenuta simbolo potente e straziante di qualsiasi ingiustizia nel mondo.

Erwitt, dato che fin da bambino si è trovato ad essere un pò nomade a causa dei continui spostamenti, ha sviluppato una particolare abilità nel saper utilizzare ed interpretare gesti ed espressioni par farsi capire dagli interlocutori che parlavano lingue a lui sconosciute. La padronanza di questa capacità, ha permesso la caratterizzazione del suo stile: foto-giornalista testimone del suo tempo la cui visione fotografica, si è rafforzata durante il secondo dopoguerra, periodo di dominazione incontrastata del genere: fotogiornalismo documentario.

Oltre alla fotografia, negli anni ‘70 Erwitt si è dedicato anche all’attività di documentarista e sceneggiatore di serie televisive. Tra i titoli più celebri: Beauty Knows No Pain e Red White and Blue Grass, premiato dall’American Film Institute. Anche i suoi libri, all’interno dei quali ha raccolto tutto il suo sapere in materia di fotografia, hanno fatto la storia.

 

Quello che accende i colori nell’animo di chi osserva i suoi scatti in bianco e nero è il completo, totale e pieno senso di ironia dei soggetti ritratti, rispetto alla situazioni in cui si trovano. Erwitt è un uomo che ha sempre pensato in positivo, che ha considerato il positivismo un punto d’arrivo, d’osservazione, uno stile di vita, pur partendo dal “negativo” sia della pellicola, che della vita.

Cannavaro

Cannavaro, il vero e unico capitano    che oggi manca a questo Napoli

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Lavezzi nel primo Napoli

Lavezzi un grande calciatore

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