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Archive for Viaggi

Effetto SUV

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L’estate.

Quando si dice di una  parola evocativa. Immagini, stati d’animo… basta una parola come estate, per dare il ciack d’inizio ad un film, di cui non si è spettatori ma protagonisti.

Negli ultimi anni però, qualcosa è cambiato.

Non sono solo l’odore della crema solare, l’ombreggiatura nera del mascara waterproof sciolto sotto gli occhi, il rumore dei sandali che battono lungo le strade acciottolate, il tintinnio degli orecchini al vento, lo stridere delle ruote delle bici che sfrecciano nelle notti estive, quel raggio di sole impertinente che dona una luce diversa ad ogni espressione… a  fare da punti di riferimento per l’identificazione di questa calda, leggera stagione. C’è qualcosa d più grande, di mastodontico… che funge da lente d’ingrandimento per ingigantire le emozioni, le aspettative…? Le navi da crociera.

Chiamiamolo pure “effetto suv”:  un’automobile troppo ingombrante per qualsiasi città, ma che dà la sensazione della potenza e della fuga dall’ordinario a chi l’acquista.

Sicuramente questi giganti del mare sono imponenti. Arrivano nei porti trasformandoli in porticcioli e soprattutto vendono l’idea del tutto in poco. Relativo poco prezzo, troppo poco tempo, molto poco spazio ed una devastante aria… condizionata.

Ma nella realtà non è questa. Certo le vacanze rappresentano una fuga dalla quotidianità, però non è meglio una fuga autentica? Che si tratti di un piccolo isolotto piuttosto che un borgo antico, passando a campi e distese d’erba, alle megalopoli futuristiche, però caratterizzati dalla presenza di persone genuine, con sapori veri da scoprire, con storie da raccontare, con colori e profumi che si stampano negli occhi… quando il viaggio non è fine a se stesso ma è un mezzo per attraversare terre e persone fino a quel momento sconosciute e che lasciano un segno, a volte indelebile.

Perché per divertirsi non necessariamente bisogna  affidarsi a personaggi vari che indossano una maglia eccessivamente colorata con su scritto staff, ma farlo basandosi magari su di un imprevisto, un bicchiere di vino e della buona musica… sortisce un effetto nettamente migliore.

Qualcosa è cambiato. I viaggiatori scattano le foto ricordo al mezzo e non al viaggio?? Ecco, è questo il fatto: i viaggiatori diminuiscono a favore dei vacanzieri… un mondo a parte.

In ogni caso, che si tratti di viaggiatori, vacanzieri o turisti… buon VIAGGIO a tutti.

Pietra miliare d’Italia: Sassi di Matera.

sassi di matera

Tra l’incudine ed il martello dell’Italia, o meglio, tra il tacco e la punta, c’è una terra di mezzo che apparentemente non ha nulla a che fare con le storie di elfi e di hobbit narrate da Tolkien, ma che in realtà, ha un potere magico come non molte: la Lucania.

Dolce meta di vacanze estive, amara produzione di uno dei liquori più famosi mai prodotti dalla nostra terra, set cinematografico tra quelli più pittoreschi. Ma non solo, soprattutto terra di sassi.
Sassi che sono il simbolo delle più antiche costruzioni che si trovano in Italia meridionale, sassi dichiarati Patrimonio dell’Unesco (1993), sassi designati capitale europea della cultura 2019.
Tutto questo e molto altro ancora, ha un nome: Matera. Quando la si guarda nel suo insieme dal belvedere della piazza principale, piazza Vittorio Veneto, sembra di essere stati espulsi dal sistema solare e catapultati in una dimensione parallela. E così, una capsula riduttrice dopo aver rimpicciolito il turista di turno, lo sbarca direttamente per le strade di un fantastico presepe, degno dei migliori di San Gregorio Armeno. Anche se il più grande presepe vivente d’Europa è proprio qui che viene messo in scena con 300 tra figuranti e rievocatori storici.
E davvero si materializzano tutti gli elementi che anno dopo anno, si collezionano: dal pastore, al fabbro… fino all’hotel quattro stelle super lusso dei tempi moderni… che momentaneamente non c’è  sul presepe, ma che chissà, un domani potrebbe sostituire la capanna.
Avvolti dalle roventi temperature estive piuttosto che da un mantello di neve d’inverno, ci si trova a camminare per queste ciottolosissime strade impietose per qualunque tipo di calzatura. Ma l’impresa vale tutta. Completamente. Inesorabilmente.
Un sistema abitativo davvero complesso che nasce come insieme di unità contadine, che acrobaticamente, si sviluppano lungo i pendii della valle Gravina. Gli alloggi sono interamente scavati nella roccia ed anticamente occupati da famiglie molto numerose (e se c’erano molti bambini, data la scarsezza di cibo, a quelli più piccoli somministravano del sonnifero per fargli saltare i pasti) insieme ai propri animali domestici, sia da soma che da cortile.
Ogni casa è composta da un unico ambiente di circa 40 metri quadrati, che aveva la funzione di camera da letto, cucina e sala da pranzo. Gli arredi principali: un focolare al di sopra del quale c’era un tavolo, che ospitava un unico grande piatto dal quale tutti dovevano mangiare. Il letto, molto alto per evitare l’inevitabile umidità, adagiare gallina e pulcini e per assolvere alla funzione di armadio. Scendendo, c’è poi lo spazio destinato agli animali più grandi con tanto di letamaio e mangiatoia.
Il problema fondamentale di queste grotte,  era l’umidità, che determinava un tasso di mortalità molto elevato, perchè in un ambiente del genere, le malattie riuscivano a propagarsi molto velocemente, data anche la mancanza di sistemi fognari e idrici, la presenza di una sola finestra e della cisterna in casa.
Questa è stata la situazione fino alla fine degli anni ’60, infatti i sassi furono sgomberati a causa delle disastrose condizioni igieniche in cui vertevano, dopodichè fu varato un piano di risanamento e chiunque rientri in possesso e/o acquisti casa nella cava, deve adempiere ad una serie di norme molto rigide, ma fondamentali per il mantenimento ed il corretto funzionamento delle cave.
Matera, più che un sasso, una pietra miliare dell’Italia, del suo passato e soprattutto del futuro.

Il tetto del mondo

praga

Ogni viaggio in cui si varcano le soglie di un nuovo mondo, è in prima battuta un viaggio in se stessi.

Quando ci si allontana dalla quotidianità, dal ticchettio delle lancette che suonano tropo spesso lo stesso ritmo… il solo fatto di salire su di un aereo e prendere il volo per qualcosa lontano mille miglia dagli attanagliamenti quotidiani, è una gioia immensa. Sembrerebbe quindi tutto molto facile, ma c’è da fare i conti con qualcosa… l’aspettativa. Tramite il passaparola, i libri, le guide, le proprie sensazioni, le esperienze pregresse, internet… si costruisce l’idea del posto che si sta per andare a scoprire e quando l’aspettativa è troppo alta, la delusione può essere commisurata. E’ una dura legge della vita, ma per quanto sia difficile da accettare, è così.

Praga: oltrepassato lo stato iniziale di smarrimento dalla nebbia, si trova la luce, che esplode in un arcobaleno di colori che irradiano e sorprendono: dalle bancarelle nella piazza della città vecchia che vendono dell’ottimo prosciutto stufato, all’essere sommersi dalla zuccherosa dolcezza dei Tredelnik (dolci tipici detti anche manicotti di Boemia). Tra i vari palazzi storici, risulta un po’ strano imbattersi ogni quindici metri in un centro di massaggi thilandese, piuttosto che in “musei” di discutibile interesse e ancora più inaccettabile fattura: da quello di Henry Potter, a quello del cioccolato, delle torture medievali, del sesso con tanto di trono per misurare il proprio appeal sessuale, della polizia, delle marionette, dei giocattoli, della ferrovia, delle campane, del comunismo, del caffè… e insomma, basta!!!

Ma ad un tratto, come per magia, tra un venditore di cristalli di Boemia rigorosamente inautentici, falsari di banconote che tentano di fare l’affare con il turista tontolone di turno convertendogli euro in corone finte come un golem nano ad un tasso di cambio talmente conveniente per il forestiero quanto palesemente impossibile per il mondo intero, tra un negozietto si souvenir e l’altro pure di: matrioske, marionette e cappellini… ci si sveglia da questo paradossale sogno ad occhi aperti sentendo il rintocco del meraviglioso orologio astronomico medievale, al centro della città. Ci si anima insieme alle quattro figure che fiancheggiano l’orologio. Ognuna rappresenta un vizio capitale: lo scheletro la morte, il turco la lussuria, il personaggio con lo specchio la vanità e il viandante con la borsa, l’avarizia. Allo scoccare dell’ora lo scheletro suona una campana tirando una fune e alla fine dello spettacolo, in cui si alternano alla vista di una sempre onnipresente folla, una serie di personaggi che abitano l’orologio, il gallo, sopra le finestre dell’orologio, canta l’ora suonata.

Dopo pochi metri arriva anche l’ora del quartiere ebraico: per un attimo si ha la sensazione di essere entrati inconsapevolmente in una capsula del tempo che in una frazione di secondo, sconosciuta al tempo degli umani, si sia stati trasportati in una Beverly Hills 90210 europea: Tiffany, Prada, Gucci, Rolex, Cavalli, Armani, Dolce & Gabbana… e chi più ne ha, più ne metta. Poi si rientra nella capsula e, sempre senza rendersene conto, si ritorna… alla statua di  bronzo kafkiana, che riproduce un cappotto gigante, vuoto, sulle cui spalle è seduto lo scrittore ceco. Il cappotto simboleggia il padre, con cui Kafka aveva sempre fatto fatica a confrontarsi. Una rappresentazione fuori dalla realtà, assurda… “kafkiana” per l’appunto.

Immediatamente accanto alla statua, si trova la meravigliosa sinagoga spagnola, con all’interno la copia originale di uno degli scritti di Sigmund Freud, per poi arrivare al cimitero degli ebrei praghesi, in cui i morti venivano ammassati l’uno sull’altro, fino a formare circa dieci strati di cadaveri. Raggelante, ma vero, e ancora vivo e pulsante.

Ma il vero spettacolo praghese, la vera favola, non è raccontata nella zona del centro storico più classico. Ci si deve spostare nei pressi della Moldava, il fiume che attraversa la città e che è pieno zeppo di hotel-boat, di battelli che funzionano da navette per visitare la città da una “prospettiva differente” e sulle quali si può gustare un pranzo od una cena tipiche, a base dell’immancabile gulasch e/o salsicce piccanti. A quel punto, si deve attraversare il suggestivissimo ponte Carlo, 515 metri di lunghezza per 10 di larghezza, le cui estremità sono state fortificate dalla costruzione di due torri e caratterizzato dalla presenza di 30 statue di santi (anche se non sono quelle originali) ma che soprattutto, si pone come tramite tra il vero, il reale, lo scontato e il solito (Città vecchia)… e un magico, fatato, incredibile altro regno (Malà Strana).

Alla fine di una fantastica salita che porta al castello, proprio sul punto più alto, oltre ad avere l’impatto dell’ennesimo, verde e bianco Starbucks che troneggia come un moderno imperatore, appoggiandosi al muretto che cinge il percorso, nel cercare un attimo di ristoro, come nelle più belle favole, accade che in un attimo, un miracoloso attimo, dando le spalle alla terra e volgendo lo sguardo verso l’orizzonte, si riesce ad ammirare uno degli spettacoli più immensi del modo: i tetti di Praga.

Una distesa arancione macchiata di tonalità scure e intervallata da comignoli fumanti, da luci rispettose delle stelle del cielo in lontananza, e che da grandi e immense, si trasformano in piccole e graziose luminarie che accompagnano il cammino e i sogni di tutti i visitatori ed i cittadini praghesi. Un paesaggio d’imbarazzante bellezza, che per un attimo leva il respiro e proprio in quell’istante, ci si rende conto che, pur essendo avvolti nel gelo di meno dieci gradi, il sangue ribolle dalla punta dei piedi a quella dell’ultimo capello: amore, protezione e speranza, tutte insieme, tutte per chi si trova a vivere quel momento.

 

La libertà di vedere, di valutare, d’interpretare e di scegliere cosa fare e con chi farlo, non ha e non potrà mai avare un prezzo tangibile, non esiste una merce di scambio che possa avere un valore congruo. E che la storia della libertà personale di ciascuno, possa avere inizio, partendo come spunto da Praga, con amore.

 

Il Vesuvio in posa per lo scatto dell’anno

Satellite Image of Mount Vesuvius, Naples, Italy

 

Federica Madonna

Gli esperti di comunicazione asseriscono sempre che ‘in bene o in male, l’importante è che se ne parli’. Ammesso che questa teoria sia veritiera, non ci resta che applicarla. Prendiamo un vulcano a caso, il Vesuvio: lui è sempre sulla bocca di tutti, al punto che lo si può quasi definire una star. Gli studiosi americani gridano all’eruzione imminente, catastrofe che seppellirà il Golfo di Napoli. Poi ci sono loro, quelli dall’animo puramente razzista, che lo invocano al pari di un Dio punitore. Poi ci siamo noi, quelli orgogliosi della propria terra, che ogni giorno ci affacciamo al balcone e lo ammiriamo. E poi arrivano i paparazzi: in questo caso è il satellite Geoeye 1 di DigitalGlobe a rubare lo scatto vincente. And the Oscar goes to..Mount Vesuvius. Vince come migliore immagine dell’anno: applausi infiniti e scroscianti da tutto il mondo per lui, il ‘nemico’ dalle fauci spente e vestito da una spolverata di zucchero a velo. Ma è inutile correre ad intervistarlo, lui non si esprime dal 1944. Si è chiuso nel suo roccioso silenzio come un’imperturbabile Greta Garbo, e nonostante le sue apparizioni in varie pellicole ultimamente, non ci resta che annoverarlo tra le grandi star del cinema muto.

E speriamo che rimanga li, elegantemente silenzioso, nella sua maestosa superiorità.

La scacchiera d’Oriente

Doha

Con una popolazione di circa quattrocentomila abitanti,  bagnata dal mare arabico, Doha è la capitale del Qatar. Una città in trasformazione, in progressivo mutamento e paragonabile ad un cantiere aperto in cui, giorno dopo giorno, s possono osservare i veloci cambiamenti che portano alla definizione di un’area dal perimetro sempre più occidentale. Grattacieli, luci, alberghi discoteche, shopping center, taxi… è tangibile il lusso accessibile agognato da tanti e finalmente trovato da molti, in questa terra che ogni mattina dal sorgere del sole – 05:00 circa- al calare della notte intorno alle 18.00, volge il proprio sguardo, nonostante gli scintillii e le fastosità, all’argilloso golfo Persico, perdendosi nella sa meravigliosa bellezza, tanto pacifica, quanto conflittuale. Il vero  e proprio sviluppo d Doha, è iniziato da cica 10 anni e non c’è alcuna volontà di fermarlo, soprattutto grazie all’opera del benvoluto emiro (praticamente il re) Hamad bin Khalifa Al Thani (settimo uomo più ricco al mondo) che oltre a dar vita ad una politica di apertura verso i confinanti Iran Iraq e Israele, è amato dal suo popolo poiché leggende metropolitane narrano che aiuti i cittadini più bisognosi ad estinguere i mutui delle proprie case e che ogni giorno scenda tra la gente per assicurarsi che le persone stiano bene: “ Petrolio e gas finiranno un giorno. E voglio che la gente del Qatar impari a vivere una vita confortevole anche quando non ci saranno più.E’ la mia sfida”, queste le sue parole più famose.

Per questo ed altri motivi, non è assolutamente difficile trovare adesivi raffigurati la sua persona in taxi o dei manifesti in strada con il suo volto sorridente e le mani giunte, sfoggiante un completo controllo ed una totale sicurezza di sé. Nonostante le temperature diurne infernali, i peccati che si espiano nel purgatorio del pomeriggio inoltrato e la paradisiaca frescura serale, Doha con oltre dieci stadi, l’autodromo Losail International circuit, il Doha golf Club, la Qatar Tennis Federation, è una città che si sta aprendo al turismo come alternativa all’economia dei ricchi giacimenti di petrolio e di gas naturale.

Un eden per gli occidentali, in strada, sia nelle zone più autentiche che in quelle moderne, si respira un’irreale tranquillità, uno stato di equilibrio superiore alla norma, interrotto solo dagli “inferni” degli alberghi: unici luoghi in cui è possibile stabilire contatti relazionali con persone differenti dalla propria famiglia, bere alcolici e fare quattro salti in discoteca. La donna è intesa come soggetto completante l’emisfero maschile, atto alla procreazione e propenso solo alla vita domestica. Ciò significa per certi versi un grande rispetto, ma anche una gabbia dalle sbarre troppo strette, che ogni giorno le musulmane cercano di eliminare attraverso le piccole conquiste. Nello scacchiere arabo, comunque, uomini e donne, diventano pedine bianche (colore dell’abito degli uomini) e nere ( la veste classica delle donne) che si aggirano frettolose, guardinghe e curiose in enormi  e veloci fuoristrada, la sera nei ristoranti, oppure in smisurati centri commerciali dotati di piste di pattinaggio sul ghiaccio e parchi giochi interni, con tanto di riproduzioni di città italiane con il Colosseo, via Montenapoleone e gondolieri che attraversano un canale artificiale per traghettare i visitatori da un punto all’altro dello shopping center.

La strada, soprattutto di giorno, è quasi un luogo tabù. Per chi decide di voler davvero scoprire e comprendere questa città, d’obbligo almeno un passaggio nei quartieri di Al Corniche, West Bay Lagon e The Pearl, quest’ultimo, naturalmente ispirato alla moltitudine di coltivazioni di perle (non a caso, Doha è definita come “la perla dei paesi arabi”) che fino a pochi anni fa insieme alla pesca, era la fonte di sostentamento del paese. Nella terra in cui la religione ammette poligamia predestinazione e schiavitù, addentrandosi nella zona dei mercati di Souq Waqif dove fino a cinquant’anni fa i beduini andavano a scambiare merci e comprare prodotti introvabili nel deserto tra velluti, tappeti, ninnoli e fronzoli rigorosamente provenienti dalla Giordania o dalla Syria ma non prodotti localmente, giganteggia la moschea di Doha. Uno dei luoghi in cui i credenti dell’Islam devono pregare cinque volte al giorno e il cui ingresso dev’essere preceduto dall’abluzione con acqua (in sostituzione è ammessa la sabbia) per lavare viso e braccia fino ai gomiti, testa, piedi fino alle caviglie se si tratta della purificazione minore, quella maggiore, invece, che avviene dopo le polluzioni o rapporti sessuali, è estesa a tutto il corpo. Dopo essersi lavati e tolti le scarpe, finalmente è permesso l’ingresso, naturalmente solo ai credenti.

All’interno la temperatura è fresca (qualunque luogo indoor è dotato di aria condizionata) e anche quando non è orario di preghiera, è possibile trovare persone distese a leggere, pregare o riposare sull’immenso tappeto che funge da pavimento. Non ci sono sedie, la struttura è molto semplice per pregare, ciascuno si posiziona all’interno di una delle varie strisce orizzontali in cu è suddiviso il pavimento-tappeto, generalmente rosso, con delimitazioni delle strisce color oro. Il Souq Gold, invece, è il famigerato mercato dell’oro gestito da soli uomini ed è dato dall’insieme di un numero davvero imprecisabile di negozietti specializzati nella sua vendita (soprattutto 18 carati) a peso, diamanti e naturalmente perle.

L’imperativo al quale non si deve rinunciare per fare veri affari è: contrattare.

Nonostante le apparenze a Doha non c’è una società mista, ma settori ben chiusi, infatti la maggior parte delle persone che lavorano nei mercati e che svolgono delle mansioni quali ristoratori, commercianti, tassisti provengono principalmente dal Pakistan, Nepal, Libia e India, parlano inglese e rappresentano il lato invisibile di uno sviluppo sostenuto. I restanti, e quindi soprattutto i proprietari dei giacimenti petroliferi, sono veri qatarini e se contano duecentomila su una popolazione complessiva di un milione di persone residenti nel paese. A pochi passi da tutto questo, attraversando una zona spopolata arida e desolata, in cui è possibile solo trovarsi faccia a faccia con dei lavori in corso, per la costruzione di un nuovo aeroporto e di un’apparente cittadina che poi finisce per concretizzarsi alla vista come  un insieme di raffinerie, una luce diversa illumina un altro volto di Doha: il deserto. Luci ed ombre che si alternano, giocano ed assumono forme diverse in un’immensa distesa di sabbia dalle sfumature dorate. Che riscalda l’anima sotto il sole cocente e che avvolge nel freddo l’oscurità più buia quando tramonta. L’unico riflesso di speranza è l’incontaminato, sovrastante, manto di stelle. Così cala la notte, si spengono le luci e si accendono i riflettori sui contrasti che da bianchi e neri diventano delle sfumature che cambiano dal grigio all’oro. Ma purtroppo il sole è destinato a risorgere.

 


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